In seguito agli ottavi di finale di Champions
Ligue che hanno visto l’eliminazione dell’Atalanta, il nostro Paese, pur restando
secondo nella classifica UEFA, non dispone più di alcuna rappresentativa nella
massima competizione continentale per club, la cui ultima vittoria di una
squadra italiana risale a ben sedici anni fa.
Nelle altre competizioni europee rimangono
il Bologna in Europa League e la Fiorentina in Conference League.
Anche per la Nazionale le cose non
sembrano andare meglio.
Dopo due sonore eliminazioni dalla Coppa
del Mondo nel 2018 e 2022, anche in quelli di quest’anno l’Italia dovrà
arrancare non poco per riuscire a qualificarsi, a cominciare dal confronto con
l’Irlanda Nord, compagine arcigna e di buon livello tecnico.
A livello di club, la presenza di due soli
squadre nelle competizioni continentali è pari a quelle della Francia, ma sensibilmente inferiore a quelle della Spagna, dell’Inghilterra, della Germania e perfino del Portogallo (tre
squadre presenti).
Fino all’inizio di questo secolo, i nostri
club costituivano un punto di riferimento ragguardevole sul piano internazionale, ben
più significativo rispetto a quello della Premier League, che oggi è invece ritenuto il campionato qualitativamente
migliore del pianeta.
Le formazioni nostrane sembrano non essere
state capaci di inserirsi nelle logiche di un calcio ormai globalizzato e di essere rimaste confinate in modalità di gioco di un tempo ormai andato.
A fronte di un livello tecnico più che accettabile,
è il tipo di gioco che permane legato a vecchi schemi e che appare quindi superato.
Il modo di pensare dominante non è mutato e rimane
ancorato alla conservazione del risultato e della difesa.
Elementi, questi, che risultanto essere in netto
contrasto con un calcio attuale molto più aperto ed offensivo e che è ormai dominante nel resto del continente.
Come già accennato, il livello tecnico
rimane piuttosto buono e non differisce molto da quello dei tornei francese e
tedesco.
È quindi il problema consiste nel fatto che permane una mentalità rimasta
ancorata ad un passato, seppure glorioso.
A dimostrarlo è soprattutto il ricorso ad
oltranza del modulo 3-5-2, modulo ormai superato da diverso tempo dalle
migliori compagini continentali attuali.
In serie A, circa 2/3 delle squadre optano
regolarmente per tale modulo di gioco.
Nel massimo campionato italiano trovano
posto addirittura giocatori quarantenni o comunque oltre i 35 anni e questa
tendenza è dovuta ad una carenza marcata di tensione agonistica.
Questo fenomeno non si ritrova generalmente in altri
campionati europei.
Questa chiusura di atteggiamento ha favorito l’eliminazione
dalla massima competizione continentale del Napoli, della Juventus e dell’Inter
da parte di squadre (PSV Eindhoven, Galatasaray e Bodø/Glimt) di spessore piuttosto
modesto.
Ciò dimostra una inferiorità ormai palese
dei club italiani nei confronti delle attuali grandi formazioni europee.
Anche in Europa League, le cose non vanno affatto meglio, tanto è vero che in questo secolo, soltanto l’Atalanta è riuscita a
vincere tale torneo.
La verità è che ormai non disponiamo più di
fuoriclasse e la crisi economica dirompente non consente nemmeno di poter
assoldare fenomeni all’estero.
Infatti, le casse dei club più blasonati (Inter,
Juventus e Milan) piangono, tanto è vero che nessuno di loro figura fra le dieci
società calcistiche più ricche d’Europa.
In questo contesto, gli allenatori operano
sempre sotto stress al punto che preferiscono non rischiare più di tanto sul
piano agonistico onde evitare la possibilità di venire esonerati prima del
tempo.
Così facendo, il ritmo del gioco ne risente
come pure la sua qualità.
Le giovani promesse sono costrette anch’esse
a subire una forte tensione da competizione dovuta alla diffusione esasperante
di una cultura sportiva fondata essenzialmente sul raggiungimento del risultato
a scapito del piacere di giocare a calcio e di vivere serenamente la propria
crescita all’interno di una squadra.
Sarebbe quindi fondamentale nella situazione attuale
dare maggior spazio ai settori giovanili e alla loro diffusione.
Purtroppo ci sono ancora poche strutture e diverse
non sono manco idonee.
Alcuni regolamenti poi non favoriscono la
crescita di nuove leve.
Ad esempio, i ragazzi tra i 12 e i 18 anni
possono tranquillamente cambiare squadra nel corso di una stagione.
Quindi se avessi un figlio di 15 anni,
potrei farlo trasferire altrove e in questo modo la società che avrebbe
investito su di lui si ritroverebbe con un nulla di fatto.
Questa tendenza può comportare il rischio che si apra
un vero mercato delle famiglie, ovvero "ti offro 3.000 Euro se porti tuo figlio da me e
viceversa".
Così si può compromettere fin dall’inizio
il futuro agonistico di un ragazzo.
Nonostante un periodo magro di risultati significativi
a livello internazionale, i tifosi rimangono legati alla propria squadra e il
nostro campionato dimostra comunque di avere la presenza di diversità e
originalità tattiche che spesso lasciano a bocca aperta le compagini straniere.
Si tratta di una risorsa importante perché le
formazioni italiane si rivelano capaci di adeguarsi ad affrontare diversi modi
di giocare.
Comunque vada, il calcio nostrano si trova a
vivere un periodo di transizione inedito rispetto a quello di inizio secolo.
Ora è da vedere se riuscirà a tornare alla
ribalta del calcio mondiale o se l’involuzione attuale è destinata a proseguire
in primis sullo scenario delle competizioni europee.
Yvan Rettore
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