Ho letto il suo intervento pronunciato durante le festività della
Repubblica il 2 giugno scorso e devo dire che non l’ho affatto trovato all’altezza
di quell’evento.
Vorrei ricordarle che il 2 giugno non si commemora la prima
volta in cui le donne poterono finalmente e legittimamente recarsi alle urne,
ma l’esito di un voto che sancì la nascita della Repubblica in Italia, perno
del nostro sistema democratico.
Non si trattò nemmeno di scegliere tra un regime totalitario
e la democrazia, ma bensì tra due sistemi politici diversi, la Monarchia da una
parte e la Repubblica dall’altra, che prevedevano entrambi la presenza di organi
rappresentativi eletti dal popolo sovrano.
La differenza tra l’uno e l’altro sistema risiedeva soprattutto
in colui che sarebbe stato il capo di Stato e sulla forma parlamentare da
acquisire attraverso il superamento dell’ormai vetusto Statuto Albertino.
Lei non ha fatto nessuna menzione a questo aspetto
fondamentale e si è focalizzata unicamente sul fatto che le donne in quell’occasione
votarono per la prima volta (cosa non del tutto vera sul piano storico).
E questo aspetto, seppure fondamentale, rimane riduttivo
rispetto al significato autentico di quella data storica.
In quella giornata, la scelta maggioritaria della Repubblica
sancì ulteriormente la spaccatura mai sanata tra un Nord che votò in massa per
la Repubblica in contrapposizione ad un Sud che approvò in larga parte la Monarchia.
Sarebbe stato utile che questo elemento di non poco conto,
che ha da sempre contraddistinto non soltanto la Storia, ma più in generale lo
sviluppo a due velocità del nostro Paese (il quale sta ancora cercando
faticosamente di diventare un vero e proprio Stato unitario), fosse stato
menzionato e commentato nel suo intervento e invece niente.
Il 2 giugno 1946, gli italiani non scelsero soltanto la Repubblica,
ma anche i membri dell’Assemblea costituente che avrebbe elaborato da lì a poco
la Costituzione, pilastro della nostra democrazia.
Ebbene, al di là delle 21 donne membri di quell’organo, lei
non ha fatto alcun cenno a coloro che non soltanto fecero parte di quell’organismo,
ma che furono anche protagonisti indiscussi nel garantire la tenuta democratica
nel nostro Paese negli anni successivi ed in particolare nei terribili anni
della strategia della tensione e nei tentativi di colpo di Stato che furono
attuati tra gli anni ’60 e ‘70.
Come non ha manco ricordato i tanti martiri del
nazifascismo, uomini e donne, che grazie al loro sacrificio supremo,
consentirono a tutti gli italiani di giungere al 25 aprile 1945 prima e a quel
fatidico 2 giugno 1946 poi.
E poi vorrei concludere indicandole alcuni dati storici che
dimostrano che il voto espresso dalle donne il 2 giugno 1946 non fu affatto una
novità assoluta nel nostro Paese.
Infatti, con l’entrata in vigore della legge del 22 novembre
1925, fu sancito il diritto di voto delle donne alle elezioni amministrative.
Purtroppo, questo diritto non fu mai esercitato in quanto la
legge successiva del 4 febbraio 1926 n. 237, soppresse tutti le strutture
elettive dei comuni, rimpiazzandole con la figura del podestà attraverso decreto
reale.
Il 1926 viene infatti ricordato come l’anno in cui si
affermò definitivamente il regime totalitario di stampo fascista nel nostro
Paese.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Repubblica
partigiana della Carnia, fu riconosciuto il diritto di voto alle donne
capofamiglia alle elezioni comunali del 1944.
Infine, il diritto di voto alle donne fu sancito mediante
decreto legislativo firmato da Umberto di Savoia, che lo estese a tutte le
donne maggiorenni, le quali poterono così votare per la prima volta alle
elezioni amministrative che si svolsero nel marzo 1946.
Ritengo che questi aspetti storici elementari della Storia
del Diritto di voto alle donne, avrebbero dovuto trovare spazio nel suo intervento.
Detto questo, considero che il suo discorso sia stato
alquanto lacunoso sul piano storico, quanto limitato ad autorevoli e ammirevoli figure femminili, col
risultato di averlo trasformato in un intervento in gran parte sessista e comunque per nulla
unitario.
Sarebbe stato preferibile, specie in un periodo travagliato
come quello che stiamo attualmente vivendo, pronunciare delle parole che fossero state davvero in grado di far
apparire tale evento come una commemorazione che riguarda tutti gli italiani, senza
dover per forza rimanere in gran parte confinati ad una retorica sessista che ormai lascia il
tempo che trova sul piano strettamente politico e che dovrebbe trovare invece
spazio in modo efficace, diffuso e continuo negli ambienti sociali e culturali del nostro
Paese in cui è ancora largamente assente o comunque incompiuta.
Vorrei concludere affermando che i sacrifici immani di quella
generazione che votò nel 1946 non hanno comportato alcuna distinzione di genere e hanno
colpito tutti.
Uomini e donne!
Italiani e Italiane!
Di tutte le età e in tutta Italia e anche oltre!
Cav. Ivan Rettore







