venerdì 20 marzo 2026

IL DECLINO DEL CALCIO ITALIANO: CRISI IRREVERSIBILE O FASE DI TRANSIZIONE?

 

In seguito agli ottavi di finale di Champions Ligue che hanno visto l’eliminazione dell’Atalanta, il nostro Paese, pur restando secondo nella classifica UEFA, non dispone più di alcuna rappresentativa nella massima competizione continentale per club, la cui ultima vittoria di una squadra italiana risale a ben sedici anni fa.

Nelle altre competizioni europee rimangono il Bologna in Europa League e la Fiorentina in Conference League.

Anche per la Nazionale le cose non sembrano andare meglio.

Dopo due sonore eliminazioni dalla Coppa del Mondo nel 2018 e 2022, anche in quelli di quest’anno l’Italia dovrà arrancare non poco per riuscire a qualificarsi, a cominciare dal confronto con l’Irlanda Nord, compagine arcigna e di buon livello tecnico.

A livello di club, la presenza di due soli squadre nelle competizioni continentali è pari a quelle della Francia, ma sensibilmente inferiore a quelle della Spagna, dell’Inghilterra, della Germania e perfino del Portogallo (tre squadre presenti).

Fino all’inizio di questo secolo, i nostri club costituivano un punto di riferimento ragguardevole sul piano internazionale, ben più significativo rispetto a quello della Premier League, che oggi è invece ritenuto il campionato qualitativamente migliore del pianeta.

Le formazioni nostrane sembrano non essere state capaci di inserirsi nelle logiche di un calcio ormai globalizzato e di essere rimaste confinate in modalità di gioco di un tempo ormai andato.

A fronte di un livello tecnico più che accettabile, è il tipo di gioco che permane legato a vecchi schemi e che appare quindi superato.

Il modo di pensare dominante non è mutato e rimane ancorato alla conservazione del risultato e della difesa.

Elementi, questi, che risultanto essere in netto contrasto con un calcio attuale molto più aperto ed offensivo e che è ormai dominante nel resto del continente.  

Come già accennato, il livello tecnico rimane piuttosto buono e non differisce molto da quello dei tornei francese e tedesco.

È quindi il problema consiste nel fatto che permane una mentalità rimasta ancorata ad un passato, seppure glorioso.

A dimostrarlo è soprattutto il ricorso ad oltranza del modulo 3-5-2, modulo ormai superato da diverso tempo dalle migliori compagini continentali attuali.

In serie A, circa 2/3 delle squadre optano regolarmente per tale modulo di gioco.

Nel massimo campionato italiano trovano posto addirittura giocatori quarantenni o comunque oltre i 35 anni e questa tendenza è dovuta ad una carenza marcata di tensione agonistica.

Questo fenomeno non si ritrova generalmente in altri campionati europei.

Questa chiusura di atteggiamento ha favorito l’eliminazione dalla massima competizione continentale del Napoli, della Juventus e dell’Inter da parte di squadre (PSV Eindhoven, Galatasaray e Bodø/Glimt) di spessore piuttosto modesto.

Ciò dimostra una inferiorità ormai palese dei club italiani nei confronti delle attuali grandi formazioni europee.

Anche in Europa League, le cose non vanno affatto meglio, tanto è vero che in questo secolo, soltanto l’Atalanta è riuscita a vincere tale torneo.

La verità è che ormai non disponiamo più di fuoriclasse e la crisi economica dirompente non consente nemmeno di poter assoldare fenomeni all’estero.

Infatti, le casse dei club più blasonati (Inter, Juventus e Milan) piangono, tanto è vero che nessuno di loro figura fra le dieci società calcistiche più ricche d’Europa.

In questo contesto, gli allenatori operano sempre sotto stress al punto che preferiscono non rischiare più di tanto sul piano agonistico onde evitare la possibilità di venire esonerati prima del tempo.

Così facendo, il ritmo del gioco ne risente come pure la sua qualità.

Le giovani promesse sono costrette anch’esse a subire una forte tensione da competizione dovuta alla diffusione esasperante di una cultura sportiva fondata essenzialmente sul raggiungimento del risultato a scapito del piacere di giocare a calcio e di vivere serenamente la propria crescita all’interno di una squadra. 

Sarebbe quindi fondamentale nella situazione attuale dare maggior spazio ai settori giovanili e alla loro diffusione.

Purtroppo ci sono ancora poche strutture e diverse non sono manco idonee.

Alcuni regolamenti poi non favoriscono la crescita di nuove leve.

Ad esempio, i ragazzi tra i 12 e i 18 anni possono tranquillamente cambiare squadra nel corso di una stagione.

Quindi se avessi un figlio di 15 anni, potrei farlo trasferire altrove e in questo modo la società che avrebbe investito su di lui si ritroverebbe con un nulla di fatto.

Questa tendenza può comportare il rischio che si apra un vero mercato delle famiglie, ovvero "ti offro 3.000 Euro se porti tuo figlio da me e viceversa".

Così si può compromettere fin dall’inizio il futuro agonistico di un ragazzo.

Nonostante un periodo magro di risultati significativi a livello internazionale, i tifosi rimangono legati alla propria squadra e il nostro campionato dimostra comunque di avere la presenza di diversità e originalità tattiche che spesso lasciano a bocca aperta le compagini straniere.

Si tratta di una risorsa importante perché le formazioni italiane si rivelano capaci di adeguarsi ad affrontare diversi modi di giocare.

Comunque vada, il calcio nostrano si trova a vivere un periodo di transizione inedito rispetto a quello di inizio secolo.

Ora è da vedere se riuscirà a tornare alla ribalta del calcio mondiale o se l’involuzione attuale è destinata a proseguire in primis sullo scenario delle competizioni europee.


Yvan Rettore




martedì 10 marzo 2026

GIORGIA MELONI, UNA DONNA SOLA AL COMANDO

A poco più da un anno dalla fine del suo mandato, il governo di Giorgia Meloni continua a deludere sempre più le aspettative che avevano contraddistinto la vittoria della sua coalizione nel 2022. 

Infatti, ci sono diversi aspetti che denotano quanto poco abbia fatto di buono per l'Italia e che obiettivamente renderanno molto impervia una sua riaffermazione nel 2027 e questo a prescindere da sondaggi che ovviamente lasciano il tempo che trovano, anche perché non tengono conto di un consenso reale di Fratelli d'Italia che si era stabilito a poco più del 14% dell'insieme del corpo elettorale (7,18 mio su 50,87 mio di cittadini aventi diritto) nel corso della tornata elettorale di tre anni e mezzo fa. 

Ma questo dato estremamente significativo ovviamente non trova praticamente mai spazio nei media perché denoterebbe una realtà consensuale di questo partito ben più ridotta rispetto a quella che viene propagandata di continuo quasi ogni settimana e che si limita soltanto sui voti effettivamente espressi. 

Non intendo però soffermarmi oltre su questa constatazione e procedere invece sulle critiche opportune da fare circa l'operato effettivo dell'esecutivo su vari temi.

Sul piano economico si sta assistendo ad una progressiva stagnazione, in cui la crescita complessiva per l'anno in corso si assesterà stabilmente sotto l'1% e forse addirittura vicino allo 0%, quindi ben al di sotto della media dell'Eurozona.

I fondi del PNRR (di cui circa 2/3 sono a debito e quindi dovranno comunque essere rimborsati) ormai agli sgoccioli hanno sostenuto buona parte della crescita di questi anni e non sono stati massicciamente impiegati per avviare quelle riforme strutturali necessarie che l'Italia sta aspettando invano da anni.

Di conseguenza, quando si saranno esauriti, ciò comporterà inevitabilmente un calo ulteriore della crescita e favorirà incertezze notevoli sul mercato degli investimenti.

Il declino produttivo del nostro Paese prosegue senza sosta, tanto è vero che il calo della produzione industriale da quando la Signora Meloni è alla guida del Paese è stato finora pari al 7,5%! 

Sul piano giudiziario, il governo Meloni si è concentrato in un conflitto esasperante con la magistratura fino ad affermare che quest'ultima impedisce all'esecutivo di governare.

I toni si sono ulteriormente alzati in vista del prossimo referendum del 22/23 marzo che va ben oltre la questione della separazione delle carriere, in quanto intende di fatto imporre un controllo maggiore (se non assoluto) della politica sull'operato della magistratura e sui suoi componenti (in particolare ai vertici), mettendo così a rischio la permanenza di un equilibrio reale fra i tre poteri fondamentali su cui si regge una democrazia (legislativo, esecutivo e giudiziario, i due primi essendo ormai già fusi da tempo in uno solo).

D'altro canto, questo governo si è adoperato soprattutto nell'assicurare una stabilità del potere e di coloro che ne godono i benefici, mentre si è reso inoperoso nella realizzazione di riforme sostanziali, in particolare sul piano sociale, sanitario e formativo.

Si è infatti speso parecchio sulla diffusione di un'identità nazionale marcata e su interventi relativi all'ordine pubblico che però il più delle volte si sono resi inefficaci e limitati a semplici quanto effimeri slogan propagandistici.

Sul piano della politica estera, questa si è tradotta di fatto in un appiattimento a favore di tutte le scelte e decisioni di stampo trumpiano.

In seno alla UE, tale attitudine ha creato non poche frizioni in quanto ritenuta incoerente e scarsamente credibile.

Lo scoppio della Terza Guerra del Golfo ha poi evidenziato ulteriormente le forti incongruenze di una politica estera italiana che continua ad essere gestita in modo confuso oltre che inappropriato.

La politica di rigore finanziario applicata fin dall'insediamento di questo governo ha comportato un impoverimento costante e crescente del Paese, un incremento sensibile del precariato e una contrazione ulteriore dei consumi delle famiglie che ormai fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese (ormai un italiano su dieci vive in stato di indigenza).

Di fatto, le misure finora adottate anziché stimolare e sostenere l'economia in un suo possibile rilancio hanno operato esattamente all'opposto, dimostrando di essere più orientate a seguire i diktat di Bruxelles che ad interessarsi del benessere degli italiani. 

In conclusione, nonostante una certa stabilità politica, si può ormai affermare senza dubbio che il governo guidato da Giorgia Meloni è stato del tutto fallimentare per quanto riguarda un rilancio strutturale dell'economia che permane fortemente ancorata ai fondi di finanziamento europei.

Troppo poco a mio parere, per poter pensare di restare ancora alla guida del Paese tra poco più di un anno!

A meno che gli italiani continuino ad essere masochisti, come hanno sempre fatto in questi ultimi lustri.


Yvan Rettore